La Stagione di Mani pulite – Il caso Enimont di Maria Rosaria Sodano

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La Stagione di Mani pulite – Il caso Enimont di Maria Rosaria Sodano2020-01-31T10:54:07+01:00

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Il processo Enimont racconta del versamento di una maxi tangente di 150 miliardi lire (detta “la madre di tutte le tangenti”) versata da Raoul Gardini con l’intermediazione di Sergio Cusani ai principali partiti dell’arco parlamentare (DC, PSI, Pli, PRI, PSDI, PCI, Lega Nord) per risolvere, una volta per tutte,   i contrasti sorti all’interno della costituita joint venture pubblico – privata Enimont. La società  (costituita  nel 1988 al 40%  da Eni (pubblica) e all’altro  40%  da  Montedison  – colosso chimico privato-,  nonché ancora al 20% al mercato azionario) era nata con l’idea di  realizzare  una ristrutturazione  della produzione chimica italiana attraverso la fusione del pubblico e del privato.  La società – grazie ai forti ostacoli frapposti dalla parte pubblica – chiuse i battenti nel 1991 dopo che Gardini ne aveva tentato la “scalata”, puntando all’acquisizione di quel 20% che lo separava dal diventare azionista di maggioranza. Era stato infatti fermato da un provvidenziale sequestro giudiziario richiesto da Eni e disposto nel novembre del 1990 dal Presidente del tribunale di Milano Diego Curtò, tratto in arresto il 4.9.1993  e condannato in via definitiva per corruzione giudiziaria essendo  stato destinatario del pagamento  di una tangente di 400 milioni di lire versatagli dal Presidente della Comit Vincenzo Palladino da lui  nominato custode  giudiziario delle azioni.

La tangente venne versata da Montedison a quasi tutti i segretari dei partiti politici (DC, PSI, PRI, PLI, PCI, Lega Nord, PSDI )  per assicurarsi una fuoriuscita indolore dall’affare e per garantirsi la defiscalizzazione delle plusvalenze. Il numero di politici  e  partiti, intermediari, membri del CDA dell’ENI coinvolti fu molto numeroso. La gestione del passaggio di denaro venne affidata direttamente allo IOR, che si occupò di trasformare gran parte dei titoli in denaro liquido da stornare su banche estere a diversi intermediari tra cui Carlo Sama, appartenente al gruppo Ferruzzi, il costruttore Domenico Bonifaci, che ricavò la gigantesca plusvalenza trasformata poi in titoli di stato che servì per le tangenti, Sergio Cusani (consulente Montedison) e il giornalista Luigi Bisignani.

Il processo fu celebrato a più riprese e vide per prima, come unico  imputato,  Sergio Cusani tratto a giudizio innanzi al Tribunale di  Milano con rito immediato in data 28.10.1993 dopo qualche mese della scomparsa dello stesso Raoul Gardini,  morto suicida nella sua casa di Milano il 23 luglio 1993 ad appena tre giorni di distanza dal suicidio di un altro grande protagonista dell’affare Enimont,  Gabriele Cagliari, già presidente Eni. Questi due suicidi eccellenti posero all’opinione pubblica grandissimi interrogativi sulle modalità di conduzione dell’inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Milano e pongono ancor oggi la questione  “politica” dell’uso distorto ed eccessivo della custodia cautelare riservata a tutti coloro che “non confessavano” o che comunque non collaboravano con gli inquirenti.  Va detto sul punto che è probabile che un’eccessiva (e forse imprudente) spettacolarizzazione delle vicende processuali abbia amplificato la “gogna” mediatica e quindi reso ancor più tragica la condizione di coloro che, potenti fino a qualche giorno prima, avevano all’improvviso dovuto fare i conti con la condizione di imputati o peggio di arrestati. Un uso poi troppo spregiudicato delle scarcerazioni – piuttosto che delle incarcerazioni – aveva poi favorito le confessioni a catena, il sospetto reciproco e la paura quasi incontrollata di finire comunque in carcere su chiamata di altri. E’ quanto accaduto, con assoluta probabilità al socialista Sergio Moroni che si uccise il 2 settembre 1992 lasciando una lettera in cui si dichiarava colpevole e affermava che i crimini commessi non erano stato compiuti per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito o ad altri due indagati, il socialista Renato Amorese, ex segretario del partito di Lodi, e l’imprenditore Mario Majocchi, vicepresidente dell’ANCE sotto inchiesta per le tangenti dell’autostrada Milano-Serravalle. Entrambi erano in libertà, non in carcere.

I suicidi “eccellenti” di Gabriele Cagliari e di Raoul Gardini, mi sembra invece si pongano su di un altro piano. Il primo intervenne ad oltre quattro mesi di distanza dall’incarcerazione quando la posizione di Cagliari sembrava stare per risolversi, tanto che il Pubblico Ministero, titolare dell’inchiesta, aveva avuto addirittura delle perplessità ad esprimere parere contrario alla sua scarcerazione. Il dramma che attanagliava l’indagato era stato  piuttosto  l’imperativo strisciante di “collaborare” con gli inquirenti, di prendere le distanze da quello che si era stato, di dover abiurare tutto quello che si era costruito  Ne è una comprova questo passaggio di una lettera di Gabriele Cagliari, pubblicata  di recente da Stefano Cagliari  nel suo libro “Storia di mio padre”  «L’obiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi dell’opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”……”. Credo, poi,  che, in pari misura,  il dramma di veder “annullare” la propria storia ed il proprio carisma anche all’interno della compagine socio-familiare sia stato anche quello di Raul Gardini,  uccisosi  il 23 luglio 1993, a poche ore di distanza dall’interrogatorio fissato in Procura quando era ormai già  noto  – a seguito alle confessioni accusatorie di Garofalo e di Sama  – che i fatti relativi alla tangente Enimont avrebbero portato alla sua messa in stato di accusa e forse all’incarcerazione.  E tuttavia,  molti ancor oggi si interrogano se sia stato vero suicidio e su che cosa Gardini avrebbe potuto  parlare in Procura che nessuno ancora sapeva.

Inoltre, non si può fare a meno di evidenziare che il compito di un inquirente non può arrestarsi di fronte alla “sofferenza” del carcere ma deve tendere alla ricerca della verità nel rispetto di tutte le garanzie processuali apprestate dalla legge. Non sembra che nel caso dei suicidi appena menzionati siano state calpestate le regole della difesa o che, peggio, siano stati negati i diritti che spettano a ciascun inquisito. La richiesta di essere interrogati e, quindi di collaborare con la Giustizia, era spesso veicolata dagli stessi difensori degli indagati perché era nota la prassi di procedere alla scarcerazione ove si fossero recisi i legami con il proprio passato criminale  in modo da consentire al giudice di esprimere una prognosi positiva; da qui a ritenere che la collaborazione sia stata imposta dagli inquirenti come condicio sine qua non per non essere raggiunti da misure custodiali mi sembra un po  eccessivo e di ciò, per la verità, almeno nei casi che sono stati appena menzionati,  non vi è chiara prova in atti.

Tornando al processo Cusani, val la pena di esaminare in dettaglio tutti i passaggi giudiziari che portarono alla celebrazione del processo, al fine di esaminare le ragioni di una scelta processuale – quella del rito immediato  – riservata ad un solo imputato e coltivata dalla Procura della Repubblica di  Milano con il dichiarato intento di esprimere un “esempio “ di snellezza e  di celerità giudiziaria.  In realtà, se si pensa che  l’ultima sentenza definitiva del processo Enimont a carico di  Claudio Martelli (otto mesi di reclusione), Viscardi Michele (6 mesi e 20 giorni) e Michele D’Adamo (4 mesi)  si ebbe nel 2000 e che la stessa sentenza Cusani divenne definitiva nel 1998 insieme alle altre posizioni processuali dei coimputati  Arnaldo Forlani ( 2 anni e 4 mesi), Severino Citaristi  (3 anni), Giuseppe Garofano (3 anni), Carlo Sama (3 anni), Luigi Bisignani  ( 2 anni e 6 mesi), Romano Venturi (1 anno e 8 mesi), Alberto Grotti (1 anno e 4 mesi), Renato Altissimo (8 mesi), Umberto Bossi ( 8 mesi), Alessandro Patelli ( 8 mesi), Giorgio La Malfa (6 mesi e 20 giorni), Egidio Sterpa ( 6 mesi), Paolo Cirino Pomicino ( 1 anno e 8 mesi) e che, per giunta,   appena un anno prima (1997) erano divenute definitive in appello le sentenze di condanna nei confronti di Gianni De Michelis (6 mesi), Filippo Fiandrotti (4 mesi), Mauro Giallombardo ( 2 anni e 2 mesi), l’anticipazione del giudizio non ebbe un sostanziale effetto di celerità rispetto agli altri processi ed anzi ne determinò la duplicazione o triplicazione oltre che nei primi gradi di giudizio anche in quelli successivi, così amplificando il lavoro dei Magistrati e dei processi connessi a Tangentopoli.

Ancora una volta perciò la spettacolarizzazione del processo  ( ripreso da centinaia di canali televisivi e radiofonici e seguito da un’enorme platea di pubblico per tutto l’arco delle 51 udienze e delle 400 ore di dibattimento durante le quali furono escussi 117 testimoni fra cui due presidenti del consiglio) costituisce, con ogni probabilità, la vera spinta alla scelta processuale, scelta, peraltro criticata profondamente  e con dovizie di argomentazioni dallo stesso Collegio giudicante nella sentenza di primo  grado allorchè  la giudicò “velleitaria”, oltre che pericolosa per l’acquisizione delle prove di colpevolezza stante “l’elevata probabilità che i testi – imputati di reato connesso – potessero rifiutarsi di rispondere”. Al Collegio neanche sfuggi il grave pericolo di dover giudicare un possibile “caprio espiatorio” che pagasse prima e più pesantemente degli altri (così testualmente: è apparso evidente che, procedendo in tal modo (rito immediato nei confronti del solo Cusani) si è dovuto produrre uno sforzo sproporzionato allo scopo di processare il solo Cusani, il cui nome per molte udienze è stato pronunciato solo di sfuggita. E al contrario al momento della decisione si sono concentrati in questo solo imputato tutte le sanzioni con almeno due pericolose conseguenze: l’impossibilità di graduare la pena in relazione alla diversa partecipazione dei correi e quella di estendere la condanna al risarcimento de danni ai debitori solidali).  Anche l’assedio giornalistico e la presenza di numerosissime testate radiofoniche e televisive fu vissuto in maniera travagliata dal Collegio che pose come prassi indiscussa l’obbligo dell’autorizzazione preventiva al fine di tutelare il diritto alla riservatezza dell’imputato e l’interesse alla corretta amministrazione della Giustizia. In materia il Collegio stabilì a monte una sorta di summa divisio fra le riprese televisive (attuate attraverso una postazione fissa cui si avvicendavano le varie emittenti) e le riprese fotografiche sostanzialmente non autorizzate.

Quanto al merito del processo, la tesi accusatoria fondata sulle imputazioni di finanziamento illecito ai partiti, false comunicazioni sociali e appropriazione indebita venne ritenuta, nel complesso, fondata, nonostante il ricorso, per tutto l’arco del dibattimento a contestazioni suppletive in ragione dell’emergere di fatti parzialmente diversi da quelli contestati e della fallacia di alcuni importi di finanziamento  che  dovettero essere ridimensionati a più riprese.

La regina della prova di colpevolezza del caso Enimont si è sostanziata nelle dichiarazioni accusatorie e autoaccusatorie degli imputati di reato connesso   che furono sentiti nel processo e che furono attentamente vagliati in punto attendibilità dal Collegio (Sama, Garofano, Berlini) e che trovarono riscontro nelle dichiarazioni di alcuni uomini politici (fra i quali lo stesso Craxi, almeno con  riguardo al sistema del finanziamento dei partiti), oltre che nelle parziali ammissioni di Cusani stesso. In  particolare:

  1. Pur in assenza di imputazioni di concussione e di corruzione,   il Collegio di primo grado  ha evidenziato molteplici indizi acquisiti nel dibattimento su accordi tra pubblici amministratori e imprenditori onde ottenere provvedimenti di favore. In particolare, era emerso che la Democrazia Cristiana era finanziata sistematicamente dalla Fiat e dall’Ansaldo e che il PSI riceveva soldi dalle società operative in Eni attraverso intermediari di fiducia. L’importo di questi finanziamenti avveniva su conti esteri ed era quantificabile in 6 miliardi di lire.  Il PCI aveva ricevuto finanziamenti per almeno un miliardo di lire.
  2. La tangente madre venne pagata facendo ricorso alla provvista Bonifaci, operazione immobiliare diretta da Cusani e consistita nell’acquisto di immobili a Roma e nella rinegoziazione dell’affare Montecity. Per effetto di queste due operazioni congiunte Cusani riuscì ad ottenere una provvista di 92 miliardi di fondi in nero.

A conclusione del dibattimento Sergio Cusani fu dichiarato colpevole di tutti i reati ascritti e condannato alla pena di anni otto di reclusione e 16 milioni di multa, poi ridotta in appello a 5 anni e mesi 10. Il Collegio non applicò le attenuanti generiche ritenendo che i reati commessi fossero “frutto di una netta scelta di campo tra un’attività professionale corretta ed una  basata sulle sole capacità distorsive del denaro” e che “in ipotesi criminose come quella in esame, l’intelligenza, la preparazione culturale, l’estrazione sociale, l’incensuratezza non possono costituire elementi di attenuazione della pena: si tratta infatti di condizioni che hanno facilitato la commissione dei reati”.

Sergio Cusani  ha scontato quattro anni a San Vittore ed il resto ai servizi sociali, nella pena consapevolezza della propria emenda.  In carcere ha fatto volontariato e si è occupato in maniera seria dei diritti dei detenuti. Svolge oggi la sua attività di consulente finanziario per gruppi privati e per il sindacato, la Fiom-Cgil. Non ha mai rilasciato interviste ed ha chiuso il proprio capitolo con Mani pulite come avrebbe dovuto fare qualsiasi persona che ha grandemente sbagliato  ma  che ha serenamente  pagato il proprio debito con la Giustizia.

 

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