La stagione di Mani Pulite – Il caso di Mario Chiesa di Maria Rosaria Sodano

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La stagione di Mani Pulite – Il caso di Mario Chiesa di Maria Rosaria Sodano2019-11-03T16:09:43+02:00

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Gli anni di Mani Pulite hanno avuto ed hanno tuttora detrattori e ammiratori tanto che in questa profonda e, direi, quasi drammatica divisione, cambia il modo di ricordare e di valutarne l’effettiva portata. Così, quelli che hanno subito le drammatiche conseguenze dell’inchiesta  (imprenditori, funzionari pubblici,  politici, avvocati) ne vedono solo gli aspetti negativi (le scarse garanzie prestate agli imputati, l’enorme vuoto lasciato nella politica, la sovraesposizione della Magistratura) mentre quelli che ne sono stati protagonisti (Pubblici ministeri e giudici penali) – dopo averne esternato, talora improvvidamente, i successi – amano oggi tacere e ricordare – semmai in privato e nel chiuso dei loro Uffici –  che cosa ha significato quella stagione per la  Magistratura tutta e per il mondo del diritto.

Mi sembra che oggi – più che mai – sia il caso di tentare una ricostruzione di quel clima nella maniera più obiettiva possibile cercando di far emergere la verità sostanziale dalle fredde carte processuali. E’ un’operazione che appare doverosa per chi, come me, quella stagione l’ha vissuta in prima persona e intende consegnarne il testimone ai giovani futuri magistrati.

L’inchiesta denominata Mani pulite nacque il 17 febbraio 1992 con l’arresto a  Milano di Mario Chiesa, presidente de PAT (Pio Albergo Trivulzio) in piena flagranza di reato. Lo stesso venne infatti sorpreso dai Carabinieri di Milano nel mentre riceveva una tangente di 7 milioni di lire da un imprenditore di nome Luca Magni che, concusso ripetutamente da Chiesa, aveva deciso di rivolgersi all’Autorità giudiziaria e si era prestato a recarsi presso l’Ufficio dell’indagato in compagnia di personale di PG con denaro contante opportunamente siglato onde inscenare una finta consegna corruttiva.

E’ interessante sottolineare come il fatto criminoso sopra descritto era stato preceduto dall’apertura di un fascicolo processuale in Procura contro l’arrestato già sei mesi prima, a seguito di una denunzia querela presentata da Mario Chiesa stesso contro un giornalista del Giorno oggi deceduto,  Nino Leoni,  che aveva ripetutamente denunciato dalle colonne del quotidiano gravi e ripetuti fatti corruttivi al PAT  tanto da indurre la Procura della repubblica di Milano a iscrivere la notizia di reato a carico di Chiesa.

L’operazione che condusse all’arresto dell’indagato non è nata perciò per caso ma è stata frutto di una sapiente e intelligente regia da parte della polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Milano diretta da Antonio Di Pietro cui  essa era assegnataria.

Quegli anni alla Procura della repubblica di Milano erano infatti caratterizzati da una fattiva e proficua collaborazione delle forze dell’ordine con la Procura della Repubblica di Milano. In particolare, le aliquote di polizia giudiziaria destinate a lavorare con i Pubblici Ministeri venivano assegnate dal Procuratore ai singoli pubblici ministeri che ne disponevano direttamente, in piena autonomia rispetto ai Comandi territoriali. Si era trattato di una scelta precisa, coltivata dal Capo della Procura nella piena consapevolezza di poter rendere sempre più efficiente e autonoma l’azione investigativa del Pubblico Ministero, evitando, così di farla dipendere dalle scelte “politiche” ministeriali.

Una volta ottenuta la convalida dell’arresto di Mario Chiesa e la conseguente applicazione della misura della custodia in carcere, Antonio Di Pietro non scelse la strada – che, pure, sembrava essere la più ovvia – di rinviare l’arrestato immediatamente a giudizio attesa l’evidenza della prova ma decise di continuare le indagini a suo carico attivando indagini patrimoniali, peraltro doverose in ragione  dell’importanza strategica della carica di Presidente del PAT che l’indagato aveva fino a quel momento rivestito ed del ruolo svolto – fin dagli anni 1980 – nel PSI milanese.

Dal punto di vista strettamente familiare l’indagato si era, inoltre, da poco separato dalla sua legittima moglie e aveva in corso un giudizio di separazione innanzi al Tribunale di Milano nel corso del quale quest’ultima aveva allegato l’esistenza di rilevantissime disponibilità finanziarie da parte dell’ex marito. L’arresto di Mario Chiesa aveva, d’altra parte, avuto importanti ripercussioni giornalistiche nella politica cittadina tanto che tutti gli esponenti del PSI avevano preso le distanze da Chiesa giungendo ad isolarlo completamente.

Valga fra tutti la dichiarazione resa alla stampa da Bettino Craxi il quale, sentito sull’arresto di Chiesa ebbe a dire : “In questa vicenda, purtroppo, una delle vittime sono proprio io. Mi preoccupo di creare le condizioni perché il Paese abbia un Governo che affronti gli anni difficili che abbiamo davanti e mi trovo un mariuolo che getta un’ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano in cinquant’anni, nell’amministrazione del Comune di Milano, nell’amministrazione degli enti cittadini – non in cinque anni, in cinquanta – non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi commessi contro la pubblica amministrazione. “

Questa dichiarazione – ampiamente riportata dai giornali dell’epoca – fece capire a Mario Chiesa di essere “finito” politicamente e di avere a disposizione una sola strada per poter conquistare la libertà, rendere dichiarazioni agli inquirenti circa le attività di corruttela poste in essere nel corso e grazie alla vita politica.  Fu così che a circa un mese dall’arresto, e precisamente in data 23 marzo 1992 l’indagato rese ampie dichiarazioni confessorie e accusatorie specificando le ragioni di tale scelta (così testualmente pag. 3 dell’interrogatorio reso innanzi al GIP di Milano Italo Ghitti e al PM Antonio Di Pietro: Intendo dire tutta la verità in ordine ai fatti che mi sono contestati ed in ordine in generale alle mie vicende personali in quanto, dopo il 17.2.1992 mi ritrovo politicamente finito, privo di qualsiasi lavoro in quanto sospeso dalla carica che rivestivo.. e con una situazione familiare particolarmente complessa..).

Grazie alle dichiarazioni di Mario Chiesa, furono ampliati i filoni investigativi inerenti le corruzioni e concussioni poste in essere dall’indagato e furono disvelati altri fatti corruttivi nel settore delle aziende municipalizzate di Milano (Trasporti, Malpensa 2000, sanità) oltre che nel campo del finanziamento illecito al PSI milanese.

Venne così alla luce un sistema corruttivo che si fondava sul sistematico finanziamento illegale di tutti i partiti politici e sulla costante elargizione delle tangenti da parte degli imprenditori ai funzionari pubblici onde aggiudicarsi la titolarità degli appalti pubblici. Mario Chiesa venne giudicato per i fatti a lui addebitati il 9.11.1993 dal GIP Italo Ghitti e condannato a sei anni di reclusione oltre che al pagamento di una provvisionale dell’importo di sei miliardi di lire in favore delle costituite parti civili P.A.T. e Comune di Milano.

Il GIP che lo giudicò ebbe a scrivere nella sentenza di condanna: “Nella realtà sociale concussione e corruzione rappresentano ipotesi di una patologia eccezionale o comunque circoscritta a deviazioni isolate o individuali. Il quadro che invece emerge dai fatti oggetto del presente procedimento (e da un complesso di altri fatti che quasi quotidianamente emergono…) ha portato alla cognizione giudiziaria un contesto che non è fatto di isolate deviazioni individuali ma da comportamenti costanti, abituali e generalizzati che hanno dato vita ad un vero e proprio sistema di illegalità diffusa”.

A distanza di 27 anni da quel giorno le parole appena riportate sembrano avere un’attualità sconvolgente e richiedono attenta riflessione sul perché l’esempio di Mani pulite sia servito così poco alla moralizzazione della nostra vita pubblica.    

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