La Stagione di Mani Pulite – Il caso Craxi di Maria Rosaria Sodano

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La Stagione di Mani Pulite – Il caso Craxi di Maria Rosaria Sodano2020-01-22T11:37:20+02:00

Project Description

 

Una disamina ragionata dei principali procedimenti di Mani pulite scaturiti a seguito dell’arresto di Mario Chiesa non può prescindere da un’attenta riflessione sul fenomeno del finanziamento illecito ai partiti che, lo si ricorda,  fu  l’occasione specifica che fece scattare tutte le inchieste di Mani pulite. La fattispecie penale allora in vigore, era prevista dall’art. 7  legge 2 maggio 1974 n. 195  che puniva gravemente chiunque – società pubblica o privata –  finanziasse  in maniera occulta un partito politico elargendo contributi senza una preventiva delibera dell’organo gestorio e non iscrivendoli a bilancio. Infatti, le uniche entrate dei partiti dovevano essere pubbliche e provenire dallo Stato. In realtà, la normativa veniva sistematicamente violata da tutti i partiti dell’arco costituzionale perché i finanziamenti pubblici non riuscivano a coprire, se non in minima parte, oltre alle ingenti spese elettorali neanche quelle correnti della vita politica. Tutti i partiti avevano perciò bisogno di sovvenzionarsi in altro modo.  Questo stato di cose,  sicuramente noto a tutti, fu regolarmente denunciato  al Parlamento da  Bettino Craxi all’indomani dello “scoppio” di  Mani Pulite.

Il discorso, del quale si riporteranno ampi stralci, è stato definito “onesto” da uno dei grandi protagonisti di Mani Pulite, Gerardo D’Ambrosio – già Procuratore aggiunto a Milano nel 1989, – persona schietta e sincera sulla cui attendibilità e “terzietà” non è dato di dubitare. Il 23 gennaio 1996 – e quindi ad oltre 4 anni dall’inizio di Mani pulite e a pochi mesi dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna relativa alla tangente Eni – Sai che, insieme a quella relativa alla Metropolitana Milanese, del 24.7.1998 costituirono, per Craxi,  le uniche sentenze di condanna definitiva, l’ex procuratore aggiunto di Milano ebbe a pronunciare, nel corso di un’intervista al Direttore “il Foglio” queste parole: “(il discorso alle Camere di Craxi) fu un discorso onesto. Mi dissi: ‘Questo ha capito tutto  ….La molla di Bettino Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica. Lo diceva lui stesso, nei convegni, che bisognava finanziare il partito. Quella era un’Italia di apparati e scenografie politiche costose, lo ricordiamo tutti.”  Il Procuratore  aggiunse: finché non ci sarà la prova di una corruzione personale, e non c’è, è un dovere dare a Craxi quel che è di Craxi, ma niente di più. Io faccio parte di una generazione di magistrati che ha vissuto la Liberazione dal fascismo, che ha amato le libertà riconquistate, si è trovata a fronteggiare le stragi come piazza Fontana, la tragedia del terrorismo, processoni come quello di Roberto Calvi e alla fine, con il nuovo codice alla mano, con la possibilità di indagare differenziando l’informazione di garanzia, con il lavoro in pool e tutto il resto, lo smantellamento di un intero sistema politico… Se non fossimo capaci noi di senso della storia, di senso del limite, sarebbe un guaio”….. Per risolvere il problema nella giustizia bisognava tenere conto del principio dell’ineluttabilità del giudizio e delle pene (Cesare Beccaria) ed eliminare i presupposti del sistema corruttivo, che era un costo morale non meno che economico, troppo alto. Bisognava riscrivere tutto il capitolo del finanziamento della politica, fermo alla legge dell’81, inadeguata. Bisognava che i partiti facessero un passo indietro dall’occupazione dello stato e rivedere a fondo il meccanismo degli appalti. Non se ne fece nulla. I partiti cominciarono ad alimentare un caos di accuse e controaccuse reciproche, la logica che si affermò fu quella delle guardie e dei ladri, con il tentativo di bloccare la giustizia e sottrarsi a essa. Fino a un certo punto Craxi, che aveva capito e che avrebbe favorito forse una soluzione seria, fu vittima di questo meccanismo perverso, con i partiti che volevano approfittare delle disgrazie altrui, poi innescò un processo di autodifesa disperata e scelse la strada sbagliata della delegittimazione della magistratura”.

Queste parole, largamente profetiche sullo scenario normativo poi realizzatosi in Italia sul tema del finanziamento pubblico ai partiti, abolito con referendum dai cittadini italiani   nel 1993 e di fatto eliminato solo con la legge Letta del 2014, vale a dire a distanza di circa 15 anni dagli eventi di Mani pulite, costituiscono, forse, il vero cuore del  problema della moralizzazione della vita politica italiana.

Ma cosa disse Craxi al  Parlamento ?

Innanzitutto Craxi, ebbe il coraggio di mettere il dito sulla piaga con franchezza e coraggio indicando nel problema del finanziamento ai partiti il vero problema della moralizzazione della vita politica italiana.  Affermò infatti che la questione doveva essere affrontata “con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche”. In secondo luogo, indicò tutti i partiti come destinatari di questo stato di cose e avvertì tutti dell’assoluta necessità di trovare delle soluzioni serie per evitare che il sistema, così come strutturato,  potesse divenire “criminale” (“E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”). Il discorso fu interpretato, come correttamente riferito da Gerardo D’Ambrosio,  una mera “autodifesa” e, sebbene nessuno degli esponenti politici presenti in Parlamento quel giorno sia stato mai dichiarato spergiuro per aver contraddetto quanto affermato pubblicamente da Bettino Craxi,  nei mesi che seguirono vi fu la corsa all’annientamento reciproco,  ad un sistema di accuse e controaccuse che portò  alla polverizzazione di quella classe politica.

Oggi, ad un ventennio dalla scomparsa di Bettino Craxi, molto si discute delle sue reali colpe e molti sono propensi a credere che in realtà egli abbia pagato per colpe non proprie rimanendo  la vera  vittima sacrificale di un sistema politico di cui faceva parte a pieno titolo e del quale era  stato probabilmente l’esponente  più in vista. Tale prospettiva, pur se eccessivamente semplicistica, non può, a giudizio di scrive, prescindere da un’attenta disamina degli atti giudiziari e nello specifico delle sentenze definitive di colpevolezza pronunciate nei suoi confronti.

In ossequio al principio di colpevolezza non possono, infatti, essere attribuite responsabilità a Bettino Craxi in relazione ad accuse mossegli in relazione a processi nei quali ne venne dichiarata l’estinzione per morte del reo, vale a dire il procedimento relativo al Conto Protezione, quello relativo alla maxi tangente Enimont e ancora quello relativo al pagamento di tangenti Enel. Uguale considerazione si deve fare  per il processo All Iberian relativo ad una maxi tangente di circa 21 miliardi di lire, versata attraverso la società All Iberian, tra il gennaio del 1991 e il novembre del 1992,  nelle casse del PSI, fatti per i quali  Craxi fu condannato in primo grado alla pena di  anni quattro di reclusione e al pagamento della multa di 20 miliardi lire. Il  processo,  conclusosi con la declaratoria di prescrizione del reato di finanziamento illecito ai partiti in data 26.10.1998, è stato, peraltro, l’unico processo  in cui a Craxi furono mosse accuse di arricchimento personale, ritenute dalla Corte troppo indeterminate e non  di chiara evidenza tanto da imporre, all’epoca,  la restituzione degli atti al Pubblico Ministero .

Vanno pertanto esaminati le sentenze definitive ENI – SAI e MM  per le quali , come si è visto,  Craxi è stato condannato in via definitiva alla pena  complessiva di anni 10 di reclusione .

Per il  processo della Metropolitana Milanese Craxi era stato chiamato a rispondere di n. 21 episodi di corruzione propria pluriaggravata,  di n. 21 episodi di turbativa d’asta e di  n. 15 violazioni della legge sul finanziamento ai partiti, con riferimento all’esecuzione in appalto di diversi lavori della MM – linea 3, nel periodo compreso tra il 1981 e il 1992; gli si era, in particolare, addebitato di essere stato (in coincidenza temporale con la carica ricoperta di segretario politico) il destinatario finale, per conto del PSI, delle tangenti materialmente versate, prima, al Natali e, poi, a Silvano Larini (subentrato, quale referente del partito, al primo) da numerosi imprenditori per l’aggiudicazione degli appalti in questione. Il processo, annullato una prima volta in Cassazione per indeterminatezza della condotta ascritta a Craxi  (così testualmente la Corte di cassazione  a proposito di un iter argomentativo non convincente  “perché si approccia alla vicenda processuale in esame e ne apprezza la portata in base a considerazioni d’insieme, le quali, se hanno il merito di ben stigmatizzare il perverso fenomeno del finanziamento illecito della politica, attuato attraverso la sistematica e strumentale occupazione dei posti di potere della P.A., la mortificazione del principio d’imparzialità cui l’attività di questa deve ispirarsi, la deviazione di tale attività verso finalità privatistiche, con connessi episodi diffusi di corruzione e di turbata libertà degli incanti, evidenziano, però, il grosso limite di non analizzare, con il doveroso rigore, i fatti specifici portati alla cognizione del Giudice e la loro riferibilità – sotto il profilo della responsabilità penale – all’imputato. Tale metodologia motivazionale non è corretta, perché non fa buon governo dei principi generali in tema di prova e di sua valutazione, nonché delle norme relative al concorso di persone nel reato”) si celebrò una seconda volta  in data 24 luglio 1998  e si concluse con la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e quasi dieci miliardi di risarcimento con sentenza della  quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano per i reati di corruzione e illecito finanziamento dei partiti.

L’impianto accusatorio del processo trovò definitiva conferma grazie alle dichiarazioni di Silvano Larini, uomo di fiducia di Craxi, incaricato da quest’ultimo  di riscuotere le tangenti dalle imprese appaltatrici della linea 3 della metropolitana, soldi che venivano materialmente raccolti da altri soggetti e utilizzati per le spese della Federazione Milanese del PSI. Il coinvolgimento di Bettino Craxi nell’acquisizione del denaro e nella indicazione del suo utilizzo discendeva,  oltre che da suo ruolo di segretario del partito,  anche dai rapporti diretti intercorsi tra Larini e Craxi cui il primo  portava personalmente (ed in contanti) il denaro senza trattenere nulla per sé.

Questi fatti, indubbiamente gravi, perché frutto di un’occupazione sistematica della cosa pubblica da parte dei partiti non sono idonei ad assolvere Craxi dalle sue responsabilità di uomo politico e di  esponente   di uno dei maggiori  partiti italiani. Sono pertanto in linea con le considerazioni svolte in esordio circa l’assenza, in questo processo, di finalità di arricchimento personali perseguite dall’imputato o quanto meno dell’assenza di prove in tal senso ma esaltano  una concezione “privatistica” e personale della cosa pubblica,  e quindi una sostanziale indifferenza per il bene comune e per il rispetto dell’imparzialità dell’azione amministrativa .

Il processo relativo alla sentenza Eni – Sai  si concluse in data 12.11.1996  con la conferma della cassazione.

I fatti piuttosto complessi – molto vicini alla vicenda Enimont  perché posti in essere da gran parte degli imputati di quel processo –  presero l’avvio nel corso di indagini sui contributi concessi, nell’ambito di accordi comunitari, dal Ministero dell’industria ad imprese siderurgiche operanti in Lombardia, ed in particolare alla società Fenotti e Comini di Brescia; in quel contesto  furono oggetto di perquisizione l’abitazione in Milano di Molino Aldo, “consulente” della società, e lo studio in Napoli di Giordano Pietro, commercialista del Molino. In questo studio furono rinvenuti gli atti di cessione, in data 10.4.1992, per il corrispettivo di 13 miliardi, alla I.C.E.IN. s.p.a. (Iniziativa Costruzioni Edili Industriali), facente parte del “gruppo Ligresti”, di quote di tre società di Molino. L’avvio di ulteriori indagini portò al disvelamento di  un accordo corruttívo concernente l’assetto assicurativo di 140.000 dipendenti dell’ ENI. Secondo l’accusa, si era progettato di costituire allo scopo una joint – venture tra l’ENI, la compagnia di assicurazione SAI e la banca di affari americana SALOMON BROTHERS. La SAI, facente parte del “gruppo Ligresti”, era rappresentata nella vicenda dall’amministratore delegato Rapisarda Fausto, parente acquisito di Ligresti ed amministratore di gran parte delle società del gruppo. La partecipazione della banca SALOMON era finalizzata esclusivamente ad assicurare alla SAI la maggioranza nella costituenda società assicurativa. L’intera operazione era stata gestita sotto l’egida e comunque con il consenso della DC e del PSI, che ne avrebbero tratto illeciti profitti: da ciò l’incriminazione di Craxi e Citaristi, entrambi influenti esponenti dei rispettivi partiti. Per la costituzione di ENI – SAI era stato  infatti  necessario avvicinare i componenti della Giunta esecutiva di ENI i quali – grazie all’intervento degli influenti esponenti politici DC e PSI avevano  assunto la delibera favorevole alla costituzione della società dopo il versamento delle somme concordate con il Gruppo  Ligresti.

In particolare a Craxi e ai coimputati Molino Aldo, Ferranti Enrico, Rapisarda Fausto, Salvatore Sbisà Giuseppe, Citaristi Severino, Di Giovanni Marcello, Petrignani Rinaldo, Sernia Antonio, Cusani Sergio e Grotti Alberto, era stata mossa l’accusa di aver cooperato all’adozione della delibera della Giunta esecutiva dell’ENI di costituzione della joint-venture dietro  pagamento di una tangente di cui avrebbero, in parte,  beneficiato  anche gli esponenti della DC (Citaristi) e PSI (Craxi). Il fatto addebitato a Craxi così come risultante  dal capo di imputazione, era dunque quello  che egli avesse  approvato   le intese illecite, realizzate da altri, ed  esercitato la propria influenza sul Presidente dell’ENI, Cagliari, di conclamata area socialista, perché a sua volta le  accettasse  come decisione dell’ente pubblico.

Le difese di tutti gli imputati – e nello specifico  anche di Craxi – lungi dall’escludere la verità dei fatti contestati – risultati accertati oltre che sulla base delle dichiarazioni degli intermediari Sbisà e di Molino anche dai sequestri della documentazione comprovante le loro affermazioni accusatorie –  tendevano ad escludere il carattere pubblicistico di ENI e quindi la qualità di pubblico ufficiale dei componenti della Giunta esecutiva destinatari del fatto corruttivo, tesi del tutto esclusa dalla Corte allorchè ha sostenuto che le società per azioni derivate dalla trasformazione dei precedenti enti pubblici  non possono che conservare connotazioni proprie della loro originaria natura pubblicistica.

Ci si è voluti dilungare sul processo Eni – Sai in quanto esso  evidenzia  – forse più degli altri processi in cui Bettino Craxi è stato coinvolto – il senso della responsabilità giuridica dell’imputato nei fatti ascritti. La Corte di Cassazione, nel vagliare l’ultimo motivo di impugnazione dell’imputato, affronta, con dovizia di particolari, il ruolo centrale che nella vicenda ebbe Craxi, pur non essendo spinto – con ogni probabilità, neanche questa volta, da un interesse privatistico di arricchimento personale, quello di dare il definitivo assenso ad un’operazione illecita, gettando  ampio e profondo discredito sulla posizione della classe politica dirigente di cui egli  era all’epoca un importante esponente.  Basterà sul punto menzionare le parole che sul punto utilizza la Corte di legittimità: ai fini della concessione o del diniego delle attenuanti generiche, il giudice può considerare ogni elemento oggettivo o soggettivo che ritenga significativo per stabilire se la pena comminata dal legislatore debba essere mitigata, così da adeguarla al concreto disvalore del fatto. Ora, tenendo conto della preminente posizione politica dell’imputato, e dei riflessi perniciosi della sua condotta antigiuridica sulle istituzioni pubbliche e imprenditoriali del Paese, la Corte di merito non sembra affatto aver preteso di “giudicare la storia politica, amministrativa ed economica del paese”, ma semplicemente aver dato rilievo ad alcuni degli elementi indicativi della gravità del reato (desumibili anche dalla norma parametro rappresentata dall’art. 133 c.p.), quali la personalità del colpevole e le conseguenze della condotta criminosa”.

E’ quanto aveva già  osservato Gerardo D’Ambrosio a proposito del ruolo di Craxi nella stagione di Mani Pulite, quello cioè di un uomo politico che piegò le ragioni  e l’interesse di Stato a quelle del suo partito. E’ giusto pertanto affermare che , con il racconto di tali vicende processuali si è inteso “dare a Craxi quel è di Craxi e nulla di più”.

 

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