Il caso del “Conto Protezione” di Maria Rosaria Sodano

//Il caso del “Conto Protezione” di Maria Rosaria Sodano
Il caso del “Conto Protezione” di Maria Rosaria Sodano2020-02-02T21:39:03+01:00

Project Description

 

 

La vicenda attinente al Conto Protezione merita di essere raccontata nel contesto dei processi di Mani  Pulite perché, oltre a riguardare prestigiosi esponenti politici dell’epoca in gran parte imputati  anche negli altri processi,  appare emblematica della macroscopica lentezza della giustizia penale di taluni settori e costituisce pertanto un esempio lampante di come il trascorrere del tempo attenui la memoria storica di fatti,  anche gravissimi,  determinandone il sostanziale annullamento a causa dell’estinzione della pretesa punitiva dello Stato.

E’ di oggi il tormentato dibattito sulla prescrizione del reato e sul congelamento operato dalla proposta di legge del Ministro Bonafede per tutti i reati che siano stati giudicati con sentenza di primo grado (la norma in corso di approvazione alle Camere recita testualmente: “ Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna per legge  a partire dal giudizio di secondo grado”). La polemica, come spesso accade in Italia, prescinde – spesso – dalle questioni tecniche e divide gli italiani sulla base delle sensibilità politiche a seconda se si ritenga che il mancato accesso alla prescrizione debba considerarsi un vulnus al diritto di difesa degli imputati, o piuttosto un mezzo processuale per evitare espedienti difensivi volti ad allungare indebitamente i tempi del processo.

Pochi perciò ricordano che,  sotto la vigenza del passato Governo,  l’interruzione della prescrizione era stata già disposta a seguito della sentenza di condanna di primo grado e che pertanto le ragioni di disporre una sospensione dei termini prescrizionali fino all’esecutività della sentenza (di condanna) non è, al momento,  idonea  per risolvere le problematiche relative al maturarsi della prescrizione  nelle altre fasi del processo, dove, sembra,  maturino la maggior parte dei termini prescrizionali.

Le nuove disposizioni avrebbero pertanto il solo effetto di mettere al riparo dalla prescrizione i reati per i quali debbano ancora celebrarsi il giudizio di secondo grado o quello di cassazione, cui, si spera, gli imputati, rinuncerebbero a causa dell’impossibilità di beneficiare della prescrizione.  E’ facile osservare, a contrario,  che le ragioni di interporre appello o ricorso per  cassazione non appaiono necessariamente legate alla speranza di vedere prescritto il reato  per il quale  è già intervenuta sentenza in primo grado ma possono essere, invece, le più diverse e costituiscono, in ogni caso,  un diritto dell’imputato difficilmente comprimibile.

Inoltre, non va dimenticato che un congelamento dei termini finirebbe con l’aumentare la pendenza delle cause rallentando la fissazione dei processi, oggi calendarizzati proprio sulla base della data dell’ipotetica prescrizione del reato.

Infine, costituisce preciso dovere del giudice evitare la prescrizione del reato e giungere a decisione prima che questa si compia.  La rinuncia dello Stato alla pretesa punitiva si basa sul decorso del tempo e quindi sul ritenuto scemato allarme sociale rispetto alla data in cui il fatto fu commesso. Non per nulla, alcuni reati di particolare  gravità sono imprescrittibili o tali per i quali il termine prescrizionale è così elevato da renderne molto difficile  il decorso.

La vicenda del Conto “protezione” ha perciò un significato, da questo punto di vista, altamente emblematico se si pensa che per il reato contestato agli imputati (concorso in bancarotta fraudolenta) si giunse all’estinzione per intervenuta prescrizione nonostante il lunghissimo termine  previsto, in questo caso,  dalla legge. Ci si riferisce in particolare alla posizione di Claudio Martelli che,  imputato insieme  a Roberto Calvi, Licio Gelli, Silvano Larini, Bettino Craxi e Leonardo Di  Donna, del  reato  di  bancarotta  fraudolenta  per  distrazione aggravata in danno del Banco Ambrosiano Veneto a mezzo del versamento di due distinti accrediti dell’importo di 3,5 milioni di dollari U.S.A. ciascuno,  disposti su di un conto bancario segreto denominato conto protezione, subi per questi fatti  sette diversi procedimenti penali (compresi due diversi annullamenti con rinvii per cassazione) fino a beneficiare nel 2004  della prescrizione che gli venne accordata dalla Corte d’appello di Milano previa concessione delle attenuanti generiche ritenute prevalenti sulle aggravanti contestate dopo che nei precedenti gradi di giudizio aveva riportato due diverse condanne penali, l’una  ad anni quattro di reclusione  con sentenza del  7 giugno 1997 e l’altra  ad anni tre e mesi otto di reclusione con sentenza del 13 luglio 2001,  sentenze di condanna entrambe annullate con rinvio dalla Corte di Cassazione in data 15.6.1999 e 22.3.2002.

E tuttavia la disamina dei motivi dell’ultimo ricorso per cassazione (il terzo) proposto da Martelli quando già aveva beneficiato della prescrizione del reato  nel 2004 dimostra come il suo principale intento difensivo sia stato quello di essere giudicato estraneo ai fatti ascrittigli per essere stati commessi da altri; diversamente non ci sarebbe stata ragione di introdurre un’ulteriore impugnazione protestando l’evidenza della prova di innocenza (così testualmente l’ultima sentenza della Corte di Cassazione  del 18 gennaio 2005:  Il primo motivo del ricorso proposto in favore del Martelli denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 129, comma secondo, c.p.p. sul riflesso che la Corte di merito non aveva rilevato l’evidenza dell’assoluta estraneità dell’imputato nella vicenda in questione. Impugnava, altresì, ove davvero esistente, l’ordinanza della stessa Corte che, nell’estromettere dal giudizio le dichiarazioni rese dai coimputati Gelli e  Larini  nel  corso  delle indagini  preliminari,  in ossequio  al dictum  del Supremo Collegio, aveva, sia pure per implicito, espunto dagli atti di causa anche il verbale di confronto Gelli-Di Donna raccolto il 18 maggio 1988 in altro procedimento, quando ancora non era stata elaborata l’accusa che avrebbe portato al coinvolgimento nel processo dello stesso Martelli. Ebbene, da questo confronto, ripetutamente richiamato dalla difesa anche nei motivi d’impugnazione, risultava evidente la totale estraneità dell’imputato, emergendo che nell’affare relativo ai rapporti ENI-Banco Ambrosiano vi erano stati contatti tra il Gelli ed il Di Donna, con il coinvolgimento di Umberto Ortolani, che si riteneva portavoce del PSI per gli aspetti finanziari, in quanto vicino al Natali, responsabile milanese del partito, e non certo ad esso Martelli. La mancata considerazione di questo atto processuale risalente a un periodo non sospetto e da cui emergeva che era stato Ortolani e non il Martelli ad occuparsi del finanziamento, integrava il vizio di carenza di motivazione), argomentazioni che, peraltro, non sono state prese in considerazione dalla Corte di legittimità che si è limitata a respingere il ricorso ravvisando nei motivi di doglianza dell’imputato elementi di fatto non valutabili in sede di legittimità.

La corresponsabilità di Claudio Martelli nella vicenda era stata comunque considerata  sempre marginale e, comunque, collegata alla figura di Bettino Craxi fin dalle prime battute delle indagini preliminari allorchè l’azione penale era stata avviata dalla Procura della Repubblica di Milano a seguito delle dichiarazioni accusatorie e autoaccusatorie di Silvano Larini che, sentito dalla  Procura della Repubblica di Milano al rientro dalla sua latitanza, aveva inteso  fare chiarezza su di una vicenda oscura risalente  al lontano 1981 allorchè era stata effettuata la famosa perquisizione domiciliare a  Castiglion Fibocchi nelle società di Licio  Gelli ed era stato rinvenuto, oltre ai famosi elenchi della P2, un biglietto riferibile a Claudio Martelli, all’epoca delfino di Bettino Craxi nel quale era stato annotato l’accreditamento di 7 milioni di dollari  dalle casse del Banco Ambrosiano Veneto a quelle del PSI rispettivamente i in data 20.11.1980 e 23.5.1980. L’operazione era stata gestita su conti esteri panamensi da Roberto Calvi nella sua duplice veste di Presidente del Banco Ambrosiano veneto e Banco Ambrosiano Veneto Holding di Lussemburgo, rispettivamente società controllante e controllata del gruppo a seguito di accordi conclusi con Licio Gelli e Leonardo Di Donna (Vice Presidente ENI) finalizzati alla realizzazione di occulte erogazioni in favore del PSI.  In particolare, a seguito del forte indebitamento del PSI nei confronti del Banco Ambrosiano veneto era stato proposto di interessare l’Eni, i cui vertici erano pressocchè interamente controllati dal PSI affinchè finanziasse con le proprie società estere il Banco, il quale a sua volta, avrebbe versato al PSI l’importo di  7.000.000 di  dollari  che sarebbero stati accreditati su di un conto corrente con sigla “protezione” presso l’Unione Banche svizzere di Lugano. Soldi ancora una volta finalizzati al finanziamento del partito; una vicenda, quindi, abbastanza semplice nella sua essenzialità, che, scoperta documentalmente nel 1980 è riuscita a vedere la parola fine soltanto 25 anni dopo.

 

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