la tutela penale della libera concorrenza di Giovanni Fornabaio

//la tutela penale della libera concorrenza di Giovanni Fornabaio

Per “libera concorrenza” si intende una situazione di mercato connotata da una ampia libertà di accesso all’attività di impresa, salvo quanto diversamente disposto dal legislatore per i casi di monopolio legale (art. 2597 c.c.). Essa comporta un’altrettanta ampia libertà di scelta del prodotto per il consumatore finale, senza vincoli imposti da terzi o dallo Stato. Per un verso, quindi, è libera l’iniziativa economica dell’imprenditore, a condizione che non si svolga in contrasto con l’utilità sociale o in modo che rechi danno alla sicurezza e alla dignità umana (art. 41 Cost.). Per l’altro, è libera la capacità di autodeterminarsi del destinatario della produzione dei beni e servizi in relazione al “dove” indirizzare l’acquisto. Vengono posti limiti legali alla libertà di concorrere (art. 2595 c.c.), mentre altri di carattere contrattuale possono essere aggiunti per convenzione tra le parti (art. 2596 c.c.). La concorrenza, invero, deve svolgersi in modo da non ledere gli interessi dell’economia nazionale e degli altri esercenti del settore, in virtù del principio di eguaglianza sostanziale e alla stregua dei doveri di solidarietà economica e sociale che devono essere adempiuti dall’individuo e dall’ordinamento al fine di rimuovere ogni ostacolo alla promozione dello sviluppo economico. La stessa può essere limitata in via convenzionale solo ove il patto non deroghi ai principi fondanti ora esaminati e sia approvato per iscritto.

La concorrenza, e più in generale l’industria e il commercio, ricevono adeguata tutela dal combinato disposto della disciplina civilistica e penalistica individuate, rispettivamente, dai capi I, Titolo X del codice civile, e II, Titolo, VIII, del codice penale Le condotte turbative o lesive della libertà di concorrere possono indirizzarsi, da un lato, a quanto legittimamente contraddistingue un concorrente nel mercato in cui opera, dall’altro, all’estro e alla professionalità del medesimo, potendo riassumersi negli atti di concorrenza sleale di cui all’articolo 2598 del codice civile, il quale assurge a schema ricognitivo di insieme delle pratiche pregiudizievoli alla concorrenza e all’attività produttiva. La disposizione in esame qualifica, infatti, in prima istanza, come atti di concorrenza sleale l’uso o l’imitazione servile di segni distintivi o di prodotti di un operatore economico ovvero la diffusione di notizie pretestuose circa l’attività economica di un concorrente. In seconda istanza, e con l’intento di prevenire qualsivoglia lacuna normativa e conseguente vuoto di tutela, la legge pone quale norma di chiusura l’articolo 2598, comma primo, n. 3), del codice civile, che ascrive alla categoria degli atti di concorrenza sleale tutti i mezzi di cui si sia avvalso il concorrente, direttamente o indirettamente, non conformi ai principi della correttezza professionale, per danneggiare l’altrui azienda. Siffatte condotte sono talvolta idonee ad integrare specifiche fattispecie di reato, il cui accertamento si aggiunge a quello per le sanzioni di tipo civile della sentenza di inibizione e del risarcimento del danno all’uopo previste (art. 2599 c.c.). A titolo esemplificativo, l’usurpazione di segni distintivi come il marchio (art. 2563 c.c.), che si identifichi nella contraffazione, alterazione o mero uso di questi ultimi, può costituire un illecito penale ai sensi dell’articolo 473 del codice penale in materia di delitti contro la fede pubblica. Se a ciò si aggiungesse un nocumento all’industria nazionale, la disciplina suesposta potrebbe concorrere con quella di cui alla norma ex art. 514 c.p. (“Frodi contro le industrie nazionali”) con riferimento ai reati contro l’industria e il commercio. Non senza considerare, in aggiunta,   il reato di pericolo, di carattere sussidiario, di cui  all’art. 474 c.p. che punisce l’introduzione  nello Stato e nel commercio di prodotti con segni falsi). In altre circostanze, la diffusione di notizie pretestuose e disdicevoli relative ai prodotti o all’attività di un concorrente può integrare le fattispecie astratte della diffamazione ex art. 495 c.p. e/o della truffa ex art. 640 c.p., in particolar modo se la condotta è posta in essere per convincere il consumatore finale della convenienza dell’acquisto di un determinato prodotto presso l’esercente che delinque e non presso la vittima. In questo senso, dottrina e giurisprudenza si sono interrogate sull’estendibilità alle ipotesi del tipo di quelle in commento delle discipline in tema di turbata libertà dell’industria o del commercio ex art. 513 c.p. e di illecita concorrenza con minaccia o violenza ex art. 513-bis c.p. Nel primo caso, è punito chi adopera violenza sulle cose ovvero mezzi fraudolenti per impedire o turbare l’esercizio di un’industria o di un commercio; nel secondo, è punito chi compie atti di concorrenza con violenza o minaccia nell’esercizio di una attività commerciale. La norma di cui all’articolo 513 del codice penale contiene una clausola espressa di rinvio a norme di altri capi che si applicano “qualora il fatto costituisca più grave reato” che viene definita in dottrina come clausola di sussidiarietà. In altri termini, se la condotta dell’agente ripercorre quelle di concorrenza sleale prima descritte, vuoi attraverso l’usurpazione di marchio vuoi l’imitazione servile di prodotti, servendosi altresì di mezzi fraudolenti, artifizi o raggiri, la disciplina da applicarsi potrà essere quella contenuta nell’articolo 81, comma secondo, del codice penale in materia di concorso formale di (più) reati, ad es. quelli di truffa e di usurpazione di marchio, commessi in attuazione di un unico disegno criminoso, e non quella di cui all’articolo 513 del codice penale, che funge da norma di apertura o di chiusura, a seconda di come la si guardi, e così “de residuo”. Alle qui descritte pratiche di concorrenza sleale potrebbero aggiungersene altre che mettano in pericolo l’integrità fisica e morale dei soggetti coinvolti nel commercio e nell’industria. Altre come quelle di cui all’articolo 629 del codice penale in materia di estorsione, in forza del quale è punito chi si procura un vantaggio mediante violenza o minaccia che costringano altri a fare qualcosa. A titolo di esempio, si pensi all’imprenditore che costringa un suo concorrente a non vendere taluni dei suoi prodotti senza alcun patto di limitazione della concorrenza stipulato nei modi e nei limiti di cui all’articolo 2596 c.c.: la condotta in esame è riconducibile a quelle di concorrenza sleale non conformi ai principi della correttezza professionale ex art. 2598, comma primo, n. 3) del codice civile (anche se, in tali casi è necessario un quid pluris rispetto all’evento che consta nella realizzazione di un ingiusto profitto con altrui danno, ragione per cui la possibile sovrapponibilità fra le due fattispecie penali  è da rinvenirsi più propriamente nella fattispecie tentata di estorsione rispetto a quella descritta dall’art. 513 c.p.). Essa (la condotta sopra descritta, oltre ad essere idonea) all’applicabilità delle sanzioni civili previste in ipotesi di questo tipo, è altresì idonea ad integrare determinate fattispecie di reato. Risulta di rilievo, a questo punto, l’articolo 513- bis in tema di illecita concorrenza con minaccia e violenza. Il legislatore ha dato vita ad una disposizione ah hoc per i casi in cui si faccia ricorso alla minaccia e alla violenza in pratiche di concorrenza sleale per aumentare la probabilità di successo nei commerci, non espressamente prevedendo il dolo specifico del conseguimento del vantaggio quale elemento costitutivo, così non dovendosi ricorrere all’istituto del reato continuato in cui sarebbero confluite le fattispecie di estorsione e le altre di concorrenza sleale integranti reato solo a seguito dell’accertamento della specificità del dolo, La norma è stata altresì concepita nell’intento di reprimere condotte raffinate di concorrenza sleale poste in essere nell’interesse di associazioni mafiose tutte le volte in cui non erano configurabili fattispecie penali più elementari quali la semplice violenza e minaccia estorsiva . L’articolo 513-bis si pone allo schema dell’estorsione in rapporto di specialità per specificazione, risultando meglio specificato l’ambito di applicazione della norma da parte della legge (i.e. quello dell’industria e del commercio), anche se è discusso che possa parlarsi di specialità in senso pieno dal momento che l’elemento soggettivo richiesto è differente e risulta evidente una anticipazione di tutela, non essendo richiesto l’accertamento di un intento specifico a procurarsi un vantaggio. A ciò deve aggiungersi, tuttavia, che la disposizione in commento non si pone in rapporto di specialità con l’eventuale ricorso all’istituto del reato continuato, potendo certamente concorrere la fattispecie di illecita concorrenza mediante violenza e minaccia con quelle, ad esempio, di contraffazione di marchio, restando salva l’applicabilità delle sanzioni civili di cui all’articolo 2599 c.c. da far valere in sede di costituzione di parte civile. L’articolo 513-bis si pone invece quale norma a sussidio di quella di cui all’art. 513, cui la clausola di sussidiarietà rinvia anche nei casi in cui la norma ex art. 513- bis non sia l’unica ad applicarsi alla fattispecie in concreto (ipotesi di reato continuato). In chiusura, vale la pena precisare che la fattispecie di cui all’articolo 513 può concorrere con quella di estorsione qualora la violenza e la minaccia non sia posta in essere in occasione di atti di concorrenza sleale bensì in altre comunque lesive o turbative dell’attività di industria e commercio, come meglio specificato dal massimo consesso in una recentissima giurisprudenziale del 2020.

 

2020-05-11T20:30:50+02:00

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