La captatio benevolentiae nel quadro più generale del dolo testamentario di Giovanni Fornabaio

//La captatio benevolentiae nel quadro più generale del dolo testamentario di Giovanni Fornabaio

Il diritto successorio assicura al de cuius che tutte le sostanze che quest’ultimo abbia accumulato in vita non vadano disperse nel momento in cui egli abbia a cessare di vivere. La successione si apre con la morte del defunto e la sua eredità si devolve per legge o per testamento, con la prima che viene chiamata in causa solo qualora manchi in tutto o in parte una disposizione testamentaria. Ciononostante, la legge pone particolari limiti anche alla libertà testamentaria, da individuare nei diritti che sono riservati ai c.d. legittimari. Il testamento è un atto personalissimo che rappresenta l’ultima volontà del de cuius. Il codice civile appresta mezzi di tutela della volontà del testatore che mirano ad elidere qualsivoglia inferenza o intrusione che possano aver colpito la sfera di intimità e riservatezza del defunto in occasione della redazione del testamento. All’uopo l’articolo 624 del codice civile prevede che la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto dell’errore, di violenza o di dolo nel termine di cinque anni che decorrono dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza, del dolo o dell’errore. Restringendo il campo di analisi al dolo testamentario, la disposizione in esame lascia il campo alle norme in materia di annullamento del contratto, sulla scia di quanto previsto dall’articolo 1324 c.c. in materia di atti unilaterali, ai quali si applica, ove compatibile, la disciplina dettata per i negozi bilaterali. L’articolo 1439 del codice civile definisce il dolo come un raggiro usato da una delle parti contrattuali per spingere la controparte a stipulare un contratto che, senza alcun tipo di coartazione, non avrebbe mai concluso. In altri termini, il dolo consiste nel porre in essere scientemente uno o più comportamenti raggiranti e truffaldini che mirano a trarre in inganno la parte verso i quali sono diretti, coartandone la volontà e facendole apparire una situazione distorta rispetto a quella reale, in modo che questa disponga del proprio patrimonio a solo vantaggio della controparte nella convinzione che il negozio sia conveniente anche per lei stessa. Invero la disciplina contrattuale opera un discernimento a seconda che il dolo abbia inciso in maniera tale da condizionare ab origine la stipulazione del negozio, e quindi l’altra parte non avrebbe concluso in nessun caso il contratto (dolo determinante), ovvero abbia inciso sulla determinazione di alcuni elementi, e quindi l’altra parte avrebbe concluso il negozio a condizioni diverse (dolo incidente). La questione dogmatica non è priva di risvolti pratici di assoluta rilevanza. Nel primo caso il contratto sarà annullabile; nel secondo, il contatto resterà valido ma il contraente in mala fede risponderà dei danni. A mente di una parte della dottrina e della giurisprudenza, detta distinzione farebbe fatica a calarsi in ambito successorio. Occorre precisare che scopo della norma è il patrimonio del cuius non vada disperso attraverso disposizione che, pur non ledendo la legittima, volgono a favore di soggetti assolutamente estranei all’asse ereditario, comprendendo in questo anche le relazioni amichevoli del defunto. Il dolo testamentario sarebbe rilevabile solo una volta aperta la successione, e quindi una volta esalato l’ultimo respiro del de cuius. Se quest’ultimo avesse avuto la possibilità di scoprire il dolo incidente in vita, può senza dubbio immaginarsi che non avrebbe fatto ricorso ad alcuna azione di annullamento, essendo il testamento un atto revocabile e non potendosi in nessun modo rinunciarsi alla possibilità di revoca testamentaria finché si è in vita. Pertanto, secondo questo orientamento, per tutelare al massimo la ultima e più profonda volontà del testatore, in caso di dolo testamentario, vuoi incidente, vuoi determinante, il contratto dovrebbe essere sempre annullabile. Ma ciò che ha interessato ancor più gli interpreti è l’estendibilità di siffatta disciplina ai casi di c.d. “captatio benevolentiae”. L’espressione ritrae un brocardo latino che sta per “catturare la benevolenza di chi ascolta”. Si intende con questo un atteggiamento velatamente adulatorio e lusinghiero, leggero ma continuo, volto a provocare uno stato di affezione nell’animo di colui verso il quale è rivolto al fine di ottenere dal medesimo un vantaggio di carattere sociale od economico derivante dalla particolare posizione sociale di spicco che il soggetto “ammaliato” ricopre. Non vi è, nello specifico, alcuna distorsione della realtà ma si fa leva sulla sensibilità dell’essere umano al cospetto del decoro insistente del proprio onore e bagaglio culturale. Ne consegue che la captatio benevolentiae ha risultanze empiriche diametralmente opposte a quelle dell’inganno, ma l’atteggiamento psicologico potrebbe non essere così diverso, così come il fine della condotta. Sarà proprio in quest’ultimo caso che, forse, potrebbe farsi ricorso allo strumento dell’analogia per estendere ai casi di captatio benevolentiae la disciplina in materia di dolo. E cioè ove, incorrendo invero in una probatio diabolica, l’interessato alla impugnazione del testamento provasse che una disposizione dello stesso sia stata posta in essere dal de cuius a seguito di una condotta in mala fede del beneficiario e al solo fine di carpirne la benevolenza per ottenere una parte del suo patrimonio in eredità, a prescindere da uno stato di minorazione psicologica del testatore. Provare in giudizio l’animo mal dicevole di una condotta risulta sempre difficile: ecco perché il giudice potrebbe (e dovrebbe) in questi casi compiere un’analisi approfondita sui rapporti del de cuius e gli altri eredi non cari o legittimari e ricorrere, se del caso, a massime di esperienza, fatti notori o presunzioni iuris tantum, applicando la disciplina del dolo testamentario ai casi lamentati di captatio benevolentiae ove sia evidente ed incontrovertibile, alla stregue delle circostanze di fatto e altre risultanze, che la stessa abbia determinato una disposizione a favore dell’agente e che lo stesso fosse in mala fede, anche in relazione alle qualità personali dello stesso, alle sue abitudini di vita e a ciò che potesse realmente condividere con il de cuius secondo gli ordinari canoni dei rapporti amicali e non “di convenienza”. Il munus di cui è investito il giudice in questo caso è salvare l’asse familiare e l’animo silente del defunto da intromissioni indebite riconducibili a soggetti parassitari con il motto “do ut des” a comandare il loro animo e le loro azioni.

2020-04-03T19:03:08+02:00

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