il demansionamento nel pubblico impiego di Giovanni Fornabaio

//il demansionamento nel pubblico impiego di Giovanni Fornabaio

Per rapporto di impiego pubblico privatistico si intende il rapporto di lavoro che si instaura tra la pubblica amministrazione e il singolo lavoratore secondo quanto previsto dall’articolo 2, commi secondo e terzo, del D. Lgs 30 marzo 2001, n. 165 (Testo unico in materia di pubblico impiego). In forza di questi ultimi, i rapporti individuali di lavoro tra pubblica amministrazione e singolo dipendente sono regolati contrattualmente sulla base della disciplina del libro V del codice civile. È chiara la volontà del legislatore di dequalificare la PA da soggetto di imperio nei rapporti impiegatizi a datore di lavoro operante in regime di diritto privato. La scelta è dovuta a valutazioni di carattere discrezionale legate alla parificazione di tutti i lavoratori in termini di garanzie e di conseguente tutela giurisdizionale dinnanzi al giudice ordinario.

Resta escluso dalla previsione in esame il personale appartenente alle Forze di Polizia e agli altri organi di cui all’articolo 3 del presente testo di legge (magistrati, procuratori e avvocati dello Stato, ecc.). In questo caso si parla di personale in regime di diritto pubblico ovvero pubblico impiego in senso stretto, per il quale si applicano le norme dei rispettivi ordinamenti.

Va poi tenuta distinta da ambedue le fattispecie quella concernente la posizione del lavoratore in regime di diritto privato, nei confronti del quale si applicano le norme del codice civile e leggi speciali (Statuto del lavoratore).

In linea teorica, ogni prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali viene assunto. È quanto stabilito dall’articolo 52 del D. Lgs 30 marzo 2001, n. 165, con riferimento ai rapporti di pubblico impiego privatistico e in senso stretto, nonché dall’articolo 2103 del codice civile in materia di rapporto di lavoro in regime di diritto privato. Il principio in parola trova il suo fondamento nel rispetto e nello sviluppo delle attitudini professionali e del percorso formativo di ciascun lavoratore. Tuttavia, la differenza strutturale che intercorre tra datore pubblico e privato, in aggiunta agli interessi che questi perseguono, comporta una inevitabile diversa regolamentazione in punto di demansionamento.  Con tale termine, tipico della prassi giuslavoristica, si fa riferimento al fenomeno in cui vengono assegnate al lavoratore mansioni corrispondenti ad un inquadramento inferiore rispetto a quello che risulta dalla pattuizione iniziale.

Si registra così una violazione del dovere contrattuale in capo al datore di lavoro di adibire il lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito, vuoi per decisione premiale, vuoi per effetto delle procedure selettive bandite dalla pubblica amministrazione, ovvero ancora alle mansioni equivalenti nell’ambito della stessa area, con riguardo ai rapporti di pubblico impiego in senso lato, o dello stesso livello e categoria legale, per quanto concerne il rapporto di lavoro privatistico.

Il prezioso lavoro esegetico della giurisprudenza in termini di equivalenza delle mansioni ha portato a definire con esattezza i casi in cui può parlarsi di demansionamento illegittimo. Con riguardo al diritto del lavoro privato, non si verte in questa ipotesi, e pertanto si ha equivalenza delle mansioni, tutte le volte in cui gli assetti organizzativi dell’azienda impongono una modifica della pianta organica ovvero ciò sia previsto dai contratti collettivi di categoria o dalla volontà delle parti (art. 2103, commi secondo e terzo, del codice civile).

Nell’ambito del rapporto di pubblico impiego privatistico, invece, detti principi trovano espressione in una puntuale e specifica disciplina introdotta dall’articolo 52, comma 1-bis, del D. Lgs 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi del quale il lavoratore che viene adibito a mansioni diversificate ma afferenti alla medesima area funzionale (contrattualmente individuata) non può mai considerarsi demansionato. Il passaggio da un’area ad un’altra superiore (c.d. progressione verticale) è comunque ammesso da un concorso pubblico che può essere indetto dall’amministrazione, purché non si verta nell’ipotesi di passaggio nella stessa area (progressione c.d. orizzontale) ovvero di riserva di posti a favore dell’amministrazione destinataria, che può assegnarli senza concorso a dipendenti interni.

A contrariis, quindi, si può ritenere sussistente una ipotesi di demansionamento illegittimo in tutti quei casi in cui il datore di lavoro procede con l’assegnazione di mansioni al proprio dipendente senza rispettare i limiti posti dalla legge in termini di mansioni. È bene precisare che, per un verso, detti principi non si applicano al rapporto di impiego pubblico in senso stretto; per l’altro, che le regole di individuazione del demansionamento illegittimo sono diverse a seconda che si tratti di rapporto di pubblico impiego privatistico ovvero di regime di diritto privato. Nel primo caso, si avrà demansionamento nei casi, prima esaminati, di violazione dell’articolo 2103 del codice civile, commi secondo e quarto. Nel secondo caso appare difficile, invece, parlare di un vero e proprio demansionamento. Con l’individuazione di aree funzionali così ampie, infatti, il dipendente può essere adibito ad una serie di mansioni che prescindono da una puntuale e specifica acquisizione di competenze professionali, le quali ben potrebbero risultare inferiori rispetto alle mansioni tipiche del suo incarico originario, risolvendosi in un demansionamento di fatto, ma che potrebbero comunque essere giustificate perché funzionali al raggiungimento dello scopo finale dell’ente, sempre coincidente con un interesse pubblico superiore.

L’equiparazione tra rapporto di pubblico impiego e rapporto di lavoro in regime di diritto privato nei modi ora descritti si riflette anche in materia di tutela giurisdizionale che, come noto, è demandata al giudice ordinario.

In caso di demansionamento illegittimo, il lavoratore potrà ottenere la reintegrazione alle mansioni risultanti dall’inquadramento contrattuale  originario oltre al risarcimento del danno patrimoniale e non direttamente conseguente alla violazione posta in essere dal datore di lavoro. Vale la pena precisare però che, come già anticipato, il sindacato del giudice, in caso di denunciato demansionamento a carico di un datore di lavoro pubblico, risulta affievolito dall’impossibilità di valutare in concreto l’equivalenza delle mansioni posto che il principio indicato dal legislatore è meramente teorico e formale, escludendo una valutazione nel merito della stessa equivalenza.

2019-10-12T12:13:41+02:00

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