Arricchimento senza causa, illecito civile e penale in un’ottica interdisciplinare

//Arricchimento senza causa, illecito civile e penale in un’ottica interdisciplinare

Tanto l’arricchimento senza causa quanto il fatto illecito rappresentano fonte di obbligazione civile. È lo stesso articolo 1173 cod. civ. a prevederlo, nella parte in cui dispone che le obbligazioni derivano,  da fatto illecito e da ogni altro atto idoneo a produrle in conformità della legge. Tra questi rientra proprio la condotta di chi “senza una giusta causa si è arricchito a danno di un’altra persona”, situazione che è passibile di azione generale di arricchimento ex art. 2041 cod. civ. La norma in questione è posta a tutela della certezza del diritto e dei traffici giuridici, di modo che qualsivoglia spostamento di ricchezza veda ad esso sottesa una causa che renda il medesimo meritevole di interesse  e di tutela per l’ordinamento e sia conseguentemente da considerarsi giustificato. Qualora, per l’appunto, detta “giusta causa” non sussistesse, le parti avrebbero a disposizione lo strumento de quo per ristabilire l’equilibrio economico tra loro, che vede nell’indennizzo previsto dall’azione in esame (a carico della parte che si è arricchita) il proprio mezzo principale.

L’articolo 2043 cod. civ., al contrario, sancisce l’obbligo di risarcimento in capo a chi ha cagionato un danno ingiusto ad altra persona. Il principio cardine sotteso alla disposizione de qua è quello generale di neminem laedere, nel senso che la collettività (e il soggetto leso direttamente) non può sopportare che un quivis de populo rechi, attraverso il proprio comportamento (nella maggior parte dei casi negligente o imprudente, e, quindi, colposo o altrimenti addirittura doloso), un pregiudizio ad un altro individuo, senza che tra i due soggetti considerati possa ravvisarsi un rapporto giuridico sinallagmatico preesistente e senza che da detta lesione non ne derivi un obbligo risarcitorio (in un’ottica assolutamente rimediale).

Si è discusso non poco circa la differenza tra la fattispecie di cui all’articolo 2041 cod. civ. e quella in materia di responsabilità per fatto illecito: originariamente si riteneva che il discrimen sussistesse nell’ingiustizia del danno, facendo leva sul dato testuale dei rispettivi articoli (l’articolo 2041 cod. civ. non richiamava alcuna ingiustizia del danno). Successivamente si è riflettuto sul fatto che un arricchimento con giusta causa al quale consegue un danno per un altro soggetto non fosse altro che un arricchimento comunque ingiusto o contrario al principio di solidarietà sociale in virtù del disposto di cui all’articolo 2 della Costituzione. Pertanto, si è giunti alla conclusione che il vero elemento caratterizzante del fatto illecito colposo o doloso di cui all’articolo 2043 cod. civ. fosse da ricercare nell’elemento soggettivo, assente nell’azione generale di arricchimento prevista dalla legge. Ciononostante, sembra necessario fare un ulteriore passo avanti. Se si seguisse l’impostazione appena proposta, le ipotesi di arricchimento senza causa coinciderebbero con quelle di responsabilità oggettiva di diritto vivente e (ormai) ascritte alla categoria del fatto illecito ex articolo 2043 cod. civ. Sulla base di siffatte premesse, si propone, così, una ulteriore soluzione. Oltre alle ipotesi “tipiche” che vedono l’articolo 2041 cod. civ. essere applicato ai casi di caducazione di un vincolo contrattuale alla quale ha preceduto, tuttavia, l’adempimento, anche solo parziale, di una delle due parti del rapporto giuridico (producendo un vantaggio indebito per la controparte che non avesse ancora eseguito la prestazione a carico), la stessa norma potrebbe essere chiamata in causa qualora la gravità (e, allora, la rilevanza sociale) dell’atteggiamento lesivo dell’agente non siano tali da sfociare in un illecito ex art. 2043 cod. civ.

È fuori dubbio, in altre parole, che l’inquilino che soddisferà il proprio appetito con un quantitativo di cibo trovato nel frigorifero di casa ma di appartenenza del suo coinquilino produrrà un danno (in ogni caso) valutabile in termini economici per quest’ultimo e non solo; ma è altrettanto fuori dubbio che l’ordinamento guarderà con meno sfavore all’evento appena proposto rispetto a quello avente ad oggetto un sinistro stradale che produce un danno alla salute per uno dei due soggetti coinvolti.

Parrebbe conforme a legge, allora, non ammettere l’azione ex art. 2043 cod. civ. per l’inquilino che lamenti un danno di entità pari o simile a quella summenzionata ricorrendo,  in casi siffatti,  a quella alternativa prevista dall’articolo 2041 cod. civ.,  che  descrive, peraltro, l’azione di arricchimento come non proponibile quando il danneggiato può esercitare un’altra azione per riparare il danno subito. La littera legis in questo caso dovrebbe essere interpretata nel senso che il giudice potrà (dovrà) riqualificare una domanda di risarcimento di danno ingiusto come domanda di indennizzo a seguito di danno ex art. 2041 cod. civ. nella circostanza in cui la perdita lamentata dall’attore non sia di rilevanza tale da assurgere a “dannoingiusto” e gravemente antisociale o derivi da fatto lecito (per definizione, solo indennizzabile).

Evenienza diversa è quella che ha ad oggetto un fatto – reato, suscettibile, al contrario, di sanzione penale perché (sempre) gravemente antisociale. Le ipotesi di reato costituiscono un numerus clausus, nel senso che “nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente (e solo) preveduto come reato dalla legge” (art. 1 cod. pen.).  La normativa penale vigila , nel caso di specie, sul rispetto da parte di tutti i consociati di interessi (rectius, beni giuridici) superiori, di rilevanza costituzionale, il detrimento incontrollato dei quali avrebbe conseguenze gravissime sull’ordine pubblico sociale e politico.

Le fattispecie ora elencate hanno in comune un comportamento umano in grado di invadere indebitamente la sfera giuridica altrui recandone nocumento. Non sembrano lasciare spazio ad altra conclusione, infatti, le locuzioni “chi si è arricchito a danno di un altro” (art. 2041 cod. civ.), “colui che ha commesso il fatto doloso o colposo tale da cagionare un danno ingiusto al altri” (art. 2043 c.c.), ovvero, a titolo meramente esemplificativo, data la molteplicità di illeciti penali codificati, “chiunque cagiona la morte di un uomo” (art. 575 c.p.), “chiunque si impossessa della cosa mobile altrui per trarne profitto” (a mezzo di sottrazione) (art. 624 c.p.), “chiunque offre o promette denaro o altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale per l’esercizio delle sue funzioni” (art. 318 c.p.) ecc.

Le conseguenze di detti comportamenti, invece, hanno ripercussioni ictu oculi differenti sulla vita del soggetto agente (e sull’equilibrio sociale); nel caso di illecito penale esse saranno disciplinate e punite  dal legislatore, nel caso di illecito civile la conseguenza sarà quella prevista dall’articolo 2043 cod. civ. o in via residuale dall’articolo 2041 dello stesso codice.

Di scarsa rilevanza appare essere l’incidenza del dolo o della colpa in questi ultimi due casi, stante l’ottica rimediale delle disposizioni de qua e la ratio delle stesse, da individuare nel ristoro del danneggiato più che nel sanzionamento del danneggiante, il quale, nella maggior parte dei casi, ha agito senza la adeguata attenzione provocando una lesione alla “sola” sfera privata del soggetto leso (non si farà riferimento, in questa sede, alle ipotesi di responsabilità aggravata ovvero oggettiva). Ben diverso è il trattamento sanzionatorio in caso di omicidio doloso rispetto a quando la morte è cagionata per colpa dal reo, e così in tutti i casi di reato doloso ovvero colposo (ad ogni modo, residuali).

Ciononostante, non risulta sempre così agevole la valutazione del grado di partecipazione psicologica del soggetto agente, non solo con riguardo alle ipotesi di responsabilità penale.

Qualora, ad esempio, l’inquilino, dolosamente e, quindi, con l’intento di compiere un furto ex art. 624 cod. pen., attingesse dalle riserve di cibo del coinquilino per soddisfare il proprio appetito, nonché perseguire un ingiusto profitto (risparmio di spesa), appare scontato che il reato non sarà perseguibile in virtù della disposizione di cui all’art. 49, secondo comma, cod. pen., in materia di reato impossibile, nel senso che il danno economico in questione sarà così ridotto da rendere  inesistente l’evento dannoso; ma si è appena dimostrato, ciò malgrado, come in alcuni casi il confine tra illecito civile e illecito penale possa essere molto labile.

Grado di partecipazione psicologica e conseguenze naturali del fatto si intrecciano con maggiori complicanze nel caso (che in questa sede si azzarda a definire) limite del sinistro stradale avente ad oggetto l’investimento di un pedone su strada urbana. Posto che il limite di velocità su strada urbana è pari a cinquanta chilometri orari, qualora si accertasse che il conducente dell’auto stesse percorrendo questa ultima ad una velocità ben superiore rispetto a quella consentita, e senza dubbio tale da recare pericolo alla collettività, in modo tale che lo scontro con il pedone potesse causare (e si assuma che l’abbia causata) la morte di esso, il giudice qualificherà la condotta come colposa e punirà il soggetto per omicidio colposo (e più nello specifico per colpa cosciente). Ovviamente qualora si accertasse che l’intento del conducente era quello di uccidere il passante per un movente ben preciso, il fatto potrà essere imputato all’agente come doloso, e anzi premeditato, e punito con la pena prevista per l’omicidio doloso.

Ma qualora si accertasse, ad esempio, che il conducente viaggiasse ad una velocità di poco superiore a quella limite consentita o addirittura alla velocità consentita, derivandone dallo scontro, comunque, la morte del pedone, quid iuris sulla qualificazione del fatto e sulla valutazione del grado di partecipazione psicologica dell’agente ? Al conducente spetterebbe la c.d. probatio diabolica liberatoria  dell’aver  rispettato tutte cautele del caso  attendendosi alle regole di comportamento alla guida. Ma ciò che accade di solito, va nel senso della punizione del conducente a titolo di omicidio colposo (questa volta magari la colpa sarà incosciente e lieve), anche se il suo intento era solo quello di percorrere la strada alla velocità consentita.

La differenza tra illecito civile ex art. 2043 cod. civ. e illecito penale è ravvisabile con maggior chiarezza nell’ipotesi in cui il passante riporti lesioni gravi o gravissime ex art. 583 cod. pen. Nel momento in cui, cioè, al soggetto vengano cagionate lesioni personali colpose dalle quali derivi una malattia che metta in pericolo la persona della vittima ovvero una malattia insanabile o addirittura la perdita di un senso (e quindi gravi o gravissime), allora la sanzione sarà quella prevista dall’articolo 590 del codice penale. Qualora invece non si raggiungesse la soglia appena descritta,  l’unica tutela azionabile potrebbe essere quella risarcitoria  civile oggetto di indagine ex art. 2043 c.c.

Ma, anche in questo caso rimangono dei margini non definibili  con precisione: quid iuris se l’intento del conducente era quello di ferire gravemente (e allora dolosamente) il passante? Il codice penale  sanziona le lesioni dolose da quelle colpose, ancora una volta alla stregua dell’articolo 583 cod. pen.  Ma qualora l’intento del conducente fosse quello di ferire gravemente (e allora dolosamente) il pedone, ma da tale “tentativo” ne sia derivata una “mera” lesione  non rilevante penalmente e dunque, valutabile in termini di responsabilità civile? Basterà,  ai fini meramente risarcitori,  la tutela offerta dall’articolo 2043 cod. civ.?  Proprio perché il risultato non può essere altro che quello di lasciare la questione irrisolta,  la decisione va rimessa  al prudente apprezzamento del giudice  che potrebbe ritenere  più conveniente far prevalere il dato fattuale e valutare l’incidenza del grado di partecipazione psicologica solo laddove il legislatore lo  abbia richiesto  espressamente.

2019-04-24T16:46:00+02:00

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